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Quel che finisce

-Dici che ce la facciamo? Secondo me troviamo qualcuno alla frontiera.
-Speriamo… in effetti è strano non aver trovato nessun controllo finora.
-Sai perché, secondo me? Sono controllati soprattutto gli spostamenti da un comune all’altro, ma l’autostrada in genere serve per spostamenti più lunghi, adesso chi la prende?
Già, chi la prende? L’autostrada. Mai vista un’autostrada così: vuota. Da quando i due erano partiti, la loro era letteralmente l’unica automobile a viaggiare, e viaggiavano da centinaia di chilometri. Avevano incontrato giusto qualche camion, una ventina al massimo. Erano praticamente i soli a spostarsi in quel momento. I camion si spostavano per garantire l’approvvigionamento di beni di prima necessità o il funzionamento di servizi essenziali, ma la maggior parte di tali spostamenti avveniva di giorno.

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Il Nuovo Cinema Latinoamericano e le donne invisibili

17 marzo, 2020 / Pepi Goncalvez
https://www.hemisferioizquierdo.uy/single-post/2020/03/17/El-Nuevo-Cine-Latinoamericano-y-las-mujeres-invisibles

La produzione cinematografica latinoamericana ha avuto fin dalle sue origini, numerose registe di documentari e di lungometraggi di finzione, vere e proprie pioniere presenti in tutti i paesi del continente e che nella stragrande maggioranza dei casi vennero omesse e dimenticate dalla storia del cinema ufficiale. Fu presente fin dall’inizio anche un vero e proprio filone cinematografico femminista: la regista messicana Matilde Landeta (1) realizzò il lungometraggio La negra Angustias (1949) quando nel suo paese si lottava per il suffragio femminile. In Uruguay, l’italo – uruguayana Rina Massardi (2) produsse e diresse ¿Vocación? (1938), considerata la prima pellicola lirica dell’intero continente. L’argentina Emilia Saleny (3) che realizzò La niña del bosque (1917), fu attrice e regista oltre che fondatrice della prima Accademia delle Arti Cinematografiche del paese.

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Quali alternative alle app proprietarie?

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Il neoliberalismo e la depressione da cameretta

Siamo cresciute in una società in cui il modello economico neoliberista si è insinuato in tutte le sfaccettature della nostra vita, arrivando a condizionare il nostro inconscio in maniera subdola e inconsapevole . Dalla scuola, passando per la vita domestica e gli svaghi, in ogni momento, questo costrutto mentale, dato ormai per scontato dai più, permea costantemente il nostro vissuto. Ci potremmo soffermare sui vari aspetti di quello che esso provoca nelle vite di tante: dal non sapere cosa fare del proprio tempo libero al non riuscire a ritagliarsi uno spazio al di fuori del proprio lavoro per coltivare i propri interessi o informarsi. La libertà, secondo il neoliberismo interiorizzato, consiste nel fantasticare per 340 giorni l’anno con le proprie colleghe in quale parte del globo sperperare tutti i sudati guadagni per quei benedetti attesissimi 25 giorni di ferie, magari a metà agosto, magari accalcati come sardine in mezzo a tanti altri turisti.

Si potrebbe scrivere di tutte queste esperienze per molto, ma in questo articolo mi vorrei soffermare su una in particolare, ovvero quella che io definirei “la depressione da cameretta”: uno stato in cui ci ritroviamo a cadere in molte nel tempo libero. Il rinchiudersi in camera e provare un vuoto interiore, un senso di inutilità, impotenza, magari pensando che la colpa di questo stato sia solamente personale, senza considerare il fatto che possa esser il dramma di tante e che il tutto possa avere anche radici in questa società. Un problema endemico di cui anche se siamo perfettamente consapevoli, nel momento in cui ci coinvolge, non riusciamo proprio a contestualizzare. Dentro le nostre camerette ci sentiamo isolati e privati della possibilità di esprimerci e fuori casa gli unici spazi aperti sono locali finalizzati al profitto. Del resto, questo è l’aspetto più rilevante che dobbiamo offrire in questi luoghi: un’azione di versamento economico.

Quello che invece tante cercano di ottenere lottando è la possibilità di poter usufruire di altri tipi di spazi. Luoghi dove chiunque può avere parola e proporre iniziative senza che vi sia un “business plan” o un fondo monetario che le supporti. Quando in uno spazio si paga l’affitto si è infatti costretti a piegarsi inevitabilmente a logiche economiche esclusiviste: ogni attività al suo interno deve necessariamente fornire un ritorno economico e volendo o non volendo molto diventa legato a questo. Negli spazi liberi da queste logiche si può invece sperimentare con tranquillità, incontrarsi senza essere costretti a consumare qualcosa, proporre un’attività sportiva, culturale, politica, un festival ecc.

Ci hanno abituate a pensare che gli unici modi per realizzarci e poter svolgere le attività che vorremmo, è mettere in piedi un’attività economica, una partita IVA, un’azienda, magari con dei dipendenti, magari verticistica, con a capo poche persone o addirittura una sola. Invece dobbiamo tornare a pensare spazi di libertà comuni, realmente pubblici, dove poter incontrarci e auto-organizzarci, dove poter impiegare il nostro tempo libero o ancor meglio, semplicemente “il tempo”, slegandolo da etichette. A Bologna sono stati sgomberati quasi tutti gli spazi di questo tipo e ci ritroviamo a combattere l’ennesima amministrazione votata al capitalismo rampante, alimentatrice di competizione fra associazioni no profit (vedasi la politica dei bandi a tutti i costi) e privatizzazione degli spazi. Tutto viene messo in classifica, ordinato e incasellato. Per l’establishment tutto quello che va fuori dagli schemi è un nemico da abbattere o addomesticare: è così che i media del potere in primis e poi la politica a ruota agiscono. Se si prova a pensare in modo diverso, non allineato, si diventa un problema da smantellare al più presto, da sbattere in prima pagina per destare l’indignazione dei lettori moralisti. Il potere non può lasciare la possibilità di sperimentare altri modi di fare, di vivere.

La rubrica de “Il Gelataio”

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Stato di anormalità

Da International Approach

L’anormalità è divenuta una costante di tutti i giorni; i titoli dei giornali prosperano rigogliosi di notizie sulla pandemia e sulle sue tragiche conseguenze; nel mondo la maggior parte dei governi preme sull’importanza di quanto siano indispensabili le misure speciali, nel tentativo di convincere tuttx del loro benevolo effetto. E in questo scenario di totale assenza della libertà individuale, di distanza sociale, un’ombra ancora più terrificante sta insinuandosi tra noi: la diffidenza sociale.

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Quaranta giorni di rincorsa

Immobile. Lenta. Affondo nei pensieri di giorni stantii. Guardo vecchie foto e vedo vita brulicante, la fatica di lunghe camminate al sole, sudore, gli alberi, i prati pieni di lenzuola e noi SIM sotto la quercia.
Freire ci osserva da un po’ più lontano e si perde tra abbracci, risate, taboo simmico, lezioni di turco e sono ancora le due.
D’intorno è tutto verde, la primavera fa esplodere l’appennino che incornicia le nostre autoformazioni.
L’orizzontalità di orizzonti sognati e l’autogestione di spazi che restano nel cuore. Tirare a mattina poi chiudere il bar e fare uscire tutt@.
Quei giorni in cui arrivavo alle assemblee dopo chilometri di bici dal lavoro. La mia faccia da “Ehi stai bene? Sembri un po’ stanca”.
Sì ero stanca, ma entusiasta.
Ora mi chiedo dove trovare tutta quella forza e tenerezza per ricominciare a lottare.
Le strade sono desolate, ma piene di guardie e la libertà sembra aver preso una piega che va dal letto al portone di casa.
Varcata quella soglia sono multe e disagio. Per strada sono loro che spadroneggiano.
Abbiamo visto bene come impongono tutta l’autorità che si sentono addosso.
Io non credo che si faranno togliere tutto il potere acquisito in così poco tempo.
Avremo bisogno di ancora più tenacia e amore libertario per lottare verso quel sol che sembra tanto lontano.
Rinchiuse in casa possiamo agire poco, ma abbiamo la capacità di prepararci e incanalare frustrazione e assenza di possibilità in rabbia e trepidante determinazione.

Pilli

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Ode 3 L’ecologista non-pacifista

«Ma non avete idea» continua l’ecologista non-pacifista, rivolto ai tre zingari.
«Queste bottiglie della Guizza che avete lanciato nel sottobosco si decomporranno tra quattromila anni. Certo, dopo aver liberato nel sottosuolo milioni di microplastiche…»
Lo zingaro più vicino a lui si accende una sigaretta, guardandolo con interesse pieno di grinze, seduto sul telone di plastica sotto il piccolo olmo verdino.
«Avete idea di cosa possono fare, queste microplastiche, nel terreno? Un’ecatombe di lombrichi, di grillo talpa, di altre mille insetti, anellidi nematodi e chi ne ha più ne metta. Se li magnano, muoiono. Oppure, peggio, tra un po’ qualcuno ci coltiva pomodori bio e noi ci mangiamo microplastiche. E zac, tutte nel fegato.»