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Il gioco del privilegio. Una semi-recensione di Chav di D. Hunter

Scrivo questo pezzo su Chav di D. Hunter, edito da Alegre, perché ho urgenza di farlo. A dire il vero, appena chiuso il libro, circa cinque minuti fa, la prima urgenza che ho av- vertito è stata quella di comprarne cento copie e regalarle a tutti i miei amici, ai miei coinquilini, alla mia famiglia, ai colleghi di lavoro, a tutte le persone che conosco. Poi ho pensato che cento copie sono troppe e che quindi potrei iniziare regalandolo a tutti i miei amici maschi bianchi e cisgender. E’ a loro, in primo luogo, che si rivolge Hunter. A un certo punto del libro l’autore si chiede: sarei la perso- na che sono ora se, pur avendo vissuto le stesse identiche esperienze, attraversando gli stessi spazi, entrando in con- tatto con le stesse persone, la mia identità di genere non fosse corrisposta al maschile?
La vita di Hunter è stata un susseguirsi di violenze, abusi, marginalizzazione, oppressione. Le esperienze da lui vis- sute sono qualcosa con cui probabilmente quasi nessun* di coloro che leggono questa rivista può immedesimarsi. Hunter proviene dalla working class inglese, un sottopro- letariato privo di capitale economico, sociale e culturale, una classe che subisce in profondità tutta la violenza della società capitalista.
Ciononostante, Hunter ci dice che la sua bianchezza e la possibilità di essere identificato come maschio sono state le garanti della sua sopravvivenza prima, e poi della sua capacità di auto-educarsi, prendersi cura di sé e di occu- pare degli spazi a lui inizialmente preclusi o difficilmente accessibili, come quelli dei movimenti sociali.
“Immaginate se fossi passato attraverso le stesse espe- rienze della mia vita da donna.” dice Hunter. “Considerati i tanti stupri che ho subito, probabilmente sarei rimasta incinta. Per svariate ragioni avrei dovuto scegliere di far nascere il bambino e di crescerlo. Se fossi stata una madre di quasi trent’anni, sarei ugualmente stata capace di essere puntuale, di svolgere diversi compiti insieme? Sarei stata a mio agio in situazioni stressanti, sapendo che dopo dovevo tornare a casa per crescere un bambino? Sarei stata altret- tanto persuasiva nelle assemblee, se a metà dell’incontro dovevo telefonare per sapere come stava mio figlio? Credo di no.”
Ecco, questo giochino di impersonificazione è banale, ma può essere incredibilmente potente e disvelatorio. Hunter fa la stessa cosa provando a immaginarsi come persona di pelle nera. Anche in questo caso, immagina, prender- si spazio, intessere relazioni e avere validazione da parte della società sarebbe stato estremamente più complesso, a causa del trattamento violento ed escludente che gli sareb- be stato riservato in molte occasioni.
E se provassimo anche noi a fare il gioco del blackface immaginario? Cosa succederebbe? Se ci rendessimo conto del diverso modo in cui i sistemi di oppressione pesano su di noi, che in molti casi apparteniamo alle classi, ai generi e alle razze privilegiate? Se ci accorgessimo che la vio- lenza degli apparati statali e del liberismo contro la quale lottiamo, non ha noi come primo obiettivo? Se scoprissimo che, inconsapevolemente, ogni giorno, utilizziamo a no- stro vantaggio i privilegi che ci sono toccati in sorte, quelli che ci consentono di vivere nella nostra zona di comfort? Che ci portiamo dentro senza saperlo forme di razzismo e patriarcato?
Sono nata e mi identifico come donna; sono bianca; ap- partengo alla classe media; ho letto questo libro grazie al suggerimento di amic* bianch*, anche loro di classe me- dia. Nei contesti di militanza che ho attraversato in questi anni mi sono spesso trovata a discutere con le mie com- pagne e i miei compagni del perché all’interno delle no- stre assemblee e iniziative fossero solo raramente presenti persone non bianche e persone provenienti dalla working class.
Ci siamo chiest* cosa del nostro linguaggio non funzio- nasse, se le nostre pratiche fossero giuste e condivisibili anche da chi subiva l’oppressione sistemica molto più vio- lentemente di noi. Abbiamo provato a modificare le nostre tattiche, le nostre modalità comunicative, le nostre prati- che, francamente con non molto successo.
Sono convinta che queste domande e tentativi siano im- portanti, ma che forse ancora prima di ascoltare le voci de* oppress*, prima di elaborare pratiche di supporto e solidarietà alle loro lotte, sia necessario guardarci allo specchio, spogliarci della nostra ideologia e delle nostre credenze etiche, delle nostre regole morali e domandarci quali sono i privilegi che determinano la nostra identità e da che posizione all’interno della società prendiamo parola e ci muoviamo.
Proviamo poi a fare un esercizio narrativo: cambiamo qualche elemento della nostra identità, immaginiamoci con un’identità di genere differente, appartenenti a un’al- tra razza, provenienti da un diverso quartiere della nostra città o con un orientamento sessuale diverso dal nostro. Proviamo a rendere questo nuovo “io” protagonista di esperienze che abbiamo realmente vissuto e a ipotizzare cosa potrebbe cambiare. Raccontiamoci una storia. Eser- citiamo la nostra empatia affinché guidi la nostra politica. Hunter conclude il suo libro così: “Se credi che l’unico modo per salvare il pianeta e l’umanità sia la distruzione totale di un sistema capitalista che si radica nel patriarcato e nel suprematismo bianco, o anche se vuoi soltanto vivere in una società più giusta ed equa, dove a ognuno va secon- do i suoi bisogni, allora devi capire quanti benefici ottieni dalla società e come redistribuirli agli altri in modo da poter lottare con più forza”. Tentar non nuoce.

Rosa Monicelli