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UN’ALTRA BATTAGLIA PER GLI JEDI

29/04

UN’ALTRA BATTAGLIA PER GLI JEDI ovvero come EVOCARE LA FORZA ECO-SOCIALISTA RIVOLUZIONARIA INTERGALATTICA

attraverso un gioco di ruolo

Premessa

Questo gioco è una metafora della nostra condizione politica reale. Usiamo una metafora perché presumiamo che affrontare la questione della costruzione di un blocco sociale rivoluzionario utilizzando il politichese forbito sarebbe molto difficile, lungo e annoierebbe a morte qualunque lettore (a parte i pochi maniaci amanti del genere).

E soprattutto perché non sappiamo esprimerci in politichese forbito.

Da Wikipedia: “un gioco di ruolo, abbreviato spesso in GDR o RPG (dall’inglese role-playing game), è un gioco dove i giocatori assumono il ruolo di uno o più personaggi e tramite la conversazione e lo scambio dialettico creano uno spazio immaginario, dove avvengono fatti fittizi, avventurosi, in un’ambientazione narrativa che può ispirarsi a un romanzo, a un film o a un’altra fonte creativa, storica, realistica come nella vita reale o di pura invenzione. Le regole di un gioco di ruolo indicano come, quando e in che misura, ciascun giocatore può influenzare lo spazio immaginato.”

Questo gioco è liberamente ispirato all’immaginario prodotto dalla saga di Guerre Stellari di Jorge Lucas, dal libro “il Signore degli anelli” di J. R. R. Tolkien e dal grande dipinto di Blu sulla facciata di XM24, dipinto che non esiste più, così come il centro sociale in quel luogo.

Come ogni gioco di ruolo che si rispetti anche questo avrà una Storia, delle Istruzioni e una Mappa. Storia, Mappa e Istruzioni costituiscono la “scatola del Gioco” e saranno pubblicate via via qui e dove capita.

LA STORIA

capitolo 1 – Una Leggenda molto Antica

Dicono che un popolo molto saggio e profondamente legato alla Terra, i Dayak del Borneo – gente all’apparenza rude dato che coi nemici ci faceva un particolare tipo di coppa di testa – narrino ancora oggi una antica leggenda. La leggenda parla di un tempo in cui il Popolo era grande e forte e le tribù si ritrovavano, ogni dieci lune, ai piedi del Grande Vulcano.

Attorno al Grande Vulcano i Dayak arrivavano a centinai e centinaia, a piedi e in canoa, e andavano a costruire dei villaggi di capanne disposte a formare alcuni cerchi nella verde pianura che si stendeva tutt’attorno la base del cono. Nei cerchi così formati gli indigeni rimanevano a danzare al ritmo dei tamburi e a parlare per giorni, forse per settimane. Si parlava, si danzava, e la danza era alternata ad interminabili discussioni.

Ma cosa si dicevano i Dayak del Borneo così riuniti ai piedi del Grande Vulcano? Parlavano un po di tutto, del tempo, dei raccolti, dei nemici, di problemi sentimentali e di ricette su come insaporire la coppa di testa. Ma soprattutto parlavano dei problemi del Popolo. E i problemi del Popolo non mancavano: gente che era rimasta senza capanna all’ultimo ciclone ed era costretta a dormire all’addiaccio; gli uomini bianchi che avanzavano nella giungla con potenti canne di fuoco; la selvaggina che scarseggiava e i pesci del fiume che sembrava diminuissero sempre più.

Chi stringeva nel pugno il Bastone della Parola diceva, proponeva e provava a indicare soluzioni e possibili vie d’uscita, ma sopratutto cercava di averla vinta sugli altri sciorinando analisi della situazione accurate e punti di vista originali ( anche usando in modo improprio il Bastone della Parola contro chi criticava troppo).

La discussione e le danze di intermezzo andavano avanti finché la grande maggioranza degli incerchiati non aveva maturato una opinione condivisa su quel particolare problema: era lo stato del Consenso.

Quando il Consenso arrivava, dopo giorni, forse settimane di disamine estenuanti, allora iniziava la grande danza: da quel momento i Dayak del Borneo liberavano la loro allegria in modo così forte, i loro salti erano così alti, le loro grida cosi spaventose che solo chi ha passato ore e ore in assemblea generale permanente sa di quale felicità stiamo parlando.

E quando tutti i Cerchi avevano raggiunto il Grande Consenso allora la danza diventata totale e generale, diventava la Grande Danza. E quando la Grande Danza era al culmine allora, sembra, si dice, che il grande vulcano iniziasse a rimbombare. E più i Dayak danzavano insieme in un grande ed unico Cerchio tutt’intorno al vulcano e più il vulcano ruggiva, finché, nel culmine della danza, quando il martellare dei tamburi diventava rapidissimo e assordante, il Grande Vulcano, con un gigantesco fragore, esplodeva!

Al grande rombo i Dayak del Borneo scappavano veloci lontano dalle falde del Grande Vulcano, ma non erano spaventati! Correvano ridendo, urlacchiando per le scottature, riparandosi la testa dalla caduta di cenere e lapilli con le Grandi Foglie del Banano.

Perchè dunque i Dayak del Borneo erano così allegri per aver fatto esplodere il vulcano? Solo i Saggi lo sanno con precisione, ma una cosa è data di sapere alle persone ordinarie: i Dayak scappavano allegri per andare a Fare quel che C’è da Fare, adesso che tutti, dal piccino al più vecchio Dayak, sapevano precisamente Quel Che C’è da Fare. Ora che avevano la Forza per farlo.

Diversi luoghi dell’Universo – adesso – 2220 a.d.

Alcuni vecchi Jedi conoscono bene la storia dei Dayak del Borneo e del Villaggio dei Cerchi Danzanti e capiscono nel profondo lo Spirito della Leggenda Molto Antica.

Loro stanno osservando attentamente le stelle ruotare nell’Universo e cercano di interpretare i segni dell’incrocio degli astri e delle costellazioni.

Loro, si connettono telepaticamente, Loro mandano a dire che è venuto il momento di Costruire il nuovo Villaggio di Cerchi Danzanti. Molti hanno captato le onde telepatiche, altri hanno letto le mail, e tutti stanno sul chi vive. Quando i vecchi Jedi indicano una strada si sa che quella è la Strada da seguire.

Ma come incamminarsi ora che il Grande Morbo imperversa nell’intero Universo?

(condinua…)

Dungeon Master