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La sindrome di Cassandra

Nel corso degli ultimi due secoli, la pandemia era stata annunciata come estremamente prevedibile e particolarmente virulenta da decine di biologi, medici, antropologi, ecologisti, epigrafisti, medium, sensitive, sciamani, ragazzine scandinave e divulgatori scientifici. Centinaia di scrittori e scrittrici di fantascienza ne avevano immaginato sviluppi, scenari e, naturalmente, epiloghi, dando vita ad altrettante epopee, corti, medio e lungometraggi, serie televisive e puntate speciali di Science. Migliaia di ecologiste ed ecologisti, che assistevano attoniti alla distruzione del pianeta, si erano immolati in una lotta totalmente impari per denunciare la devastazione di interi ecosistemi, arrivando spesso a perdere la loro stessa di vita.

Nel 1997 era tornata drammaticamente in auge quando un bambino di 3 anni di Hong Kong era morto d’influenza in appena sei giorni. I campioni del suo espettorato furono analizzati, studiati e condivisi dagli scienziati di tutto il mondo. Da lì a poco, vari focolai si erano accesi in paesi esotici ma lontani, e senza destare particolare apprensione qualche migliaio di persone era morto. Dieci anni dopo, un eminente ricercatore statunitense che si occupava di salute pubblica aveva affermato che prima della domesticazione dei volatili, circa 2500 anni fa, l’influenza umana non esisteva, e nessuno l’ha mai smentito (1). Tutto questo però non è bastato.
Non basta mai, perché non è né la scienza, né la logica o il buon senso a muovere il mondo, ma il profitto, mediante i vari dispositivi creati per gestirlo: la domesticazione, l’agricoltura, il mercato, le religioni, le banche, la borsa, la finanza, la guerra, e tutti gli impianti la cui produzione è inestinguibile e compromette la stabilità di un’area, una regione, o addirittura l’intero pianeta. Meccanismi creati per soddisfare comodità con servizi, ma che hanno finito per impedire la gestione autonoma di qualsiasi aspetto della vita di ogni singolo individuo. Ognuno di essi ha una vita propria, una storia, una rete di collegamenti e un esercito di schiavi che, se non ancora per l’erogazione di energia, esulano da qualsiasi ingerenza umana. Da tempo immemorabile l’umanità non ha più il pacchetto di maggioranza del consiglio direttivo della gestione del pianeta. I suoi dispositivi l’hanno totalmente soppiantata implementandosi ulteriormente nell’ultimi 60 anni con la rete informatica come centro operativo.
È stato un processo lungo e sofferto, che ha incontrato resistenze e ostilità diffuse, ma mai particolarmente incisive, e che ha raggiunto il suo pieno sviluppo con la nascita della comunicazione digitale e del villaggio globale. La condivisione di ogni database, e quindi di ogni conoscenza tecnica e compilativa, ha dato vita ad una elaborazione dei dati finalizzata alla totale uniformazione dell’esistente. Nella sua forma odierna si chiama capitalismo ma le sue ragioni storiche vanno piuttosto ricercate nel concetto di tecnologia e nei suoi peccati originali.

Cassandra l’aveva già predetto millenni or sono: qualsiasi appello affinché venga fermato il processo autodistruttivo dell’umanità rimarrà inascoltato, e anche questo non è stato mai smentito. Il mito ha due distinte versioni, quella greca piegata ai canoni omerici, che racconta di Apollo innamorato di Cassandra che le regala il dono della preveggenza ma, non ricambiato, si vendica condannandola ad essere inascoltata. Una più arcaica, forse legata ai riti di iniziazione, che racconta di Cassandra e suo fratello Eleno, fanciulli, che si addormentano nel tempio durante una festa in onore del padre. Al mattino la madre vede dei serpenti che cullano il loro sonno e capisce che avranno il dono della preveggenza.
I classici raccontano che Eleno è un indovino e legge i segni della mantiké classica, e infatti non avrà difficoltà a trovare lavoro, mentre Cassandra mostra il futuro mediante premonizioni, e sarà invece stigmatizzata come visionaria:

Ed Eleno predice loro gli eventi futuri, […] E Cassandra mostra in anticipo gli eventi futuri (2).

Il mito di Cassandra e di Eleno affonda le sue radici nel conflitto ancestrale tra natura e tecnica, ovvero la padronanza delle regole, generato dall’avvento della domesticazione e conseguentemente della società patriarcale. Il primo impulso pienamente tecnologico della natura umana infatti deriva non tanto dalla ricerca di strumenti funzionali alla soddisfazione di bisogni primari, quanto dal sorgere dell’idea che il benessere risieda nelle comodità, in tutto quel complesso di servizi cioè che assicuri alla comunità una sussistenza e un grado variabile di tempo libero. Non bisogna però confondere il tempo libero con quel concetto nebuloso che viene indicato nei libri di scuola come il motore dell’evoluzione culturale della specie umana, come se prima dell’agricoltura e della sedentarietà non avessimo mai avuto il tempo per pensare. Il tempo libero generato dalle comodità è direttamente proporzionato al loro mantenimento e non s’intende libero in quanto arbitrio ma in quanto privilegio, mantenuto dallo status quo e dalla sua passiva accettazione.
La delega di alcuni o tutti i servizi a soggetti specifici di una comunità, genera l’assunzione imperativa di ruoli sociali ben definiti e l’emergere di differenziazioni di classe con una distribuzione del benessere, già in embrione, fortemente diseguale. Inoltre, in una specie come quella umana, che deve molto probabilmente la sua natura pensante ad una neotenica non specializzazione, la forzata assunzione di ruoli prodotta dall’incremento tecnologico non poteva che generare mostri.

Nei millenni che hanno preceduto la svolta tecnologica dell’età del bronzo, l’umanità ha sviluppato linguaggi, progettato infrastrutture e luoghi di scambio, e dato espressione a quasi tutte le forme artistiche con una serie minima di industrie che, senza nessuna enfasi primitivista, raccontano di un’umanità dedita soprattutto alla contemplazione dell’universo e delle sue meraviglie.
Tutto comincia a cambiare con l’avvento massivo della caccia che, da momento catartico e d’iniziazione, diventa strage di massa e base primaria di sussistenza attraverso lo sviluppo di uno strumentario specializzato che catalizzerà l’intera produzione microlitica del Mesolitico e di buona parte del Neolitico. Dalla caccia di singoli o piccoli gruppi, il nuovo strumentario permetterà l’impiego di più vari soggetti della comunità e lo sviluppo di strategie e supporti logistici che preluderanno all’avvento della domesticazione e della guerra. D’altra parte, il passaggio logico relativo al ‘se si può domesticare gli animali, si può domesticare qualsiasi altra forma di vita’ è così banale ai nostri occhi moderni quanto il concetto del male assoluto.

La domesticazione come forma di controllo e dominio dell’esistente deve la sua fortuna alla rapida acquisizione di rapporti di forza vincenti attraverso uno strumentario in costante sviluppo, mirato sia a soggiogare il soggiogabile ma anche all’erogazione di comodità e strumenti di mediazione che sanciranno, nel corso del tempo, il graduale distacco dell’essere umano dalle risorse naturali ed un incremento esponenziale del suo bagaglio tecnico.
La domesticazione degli animali e della natura, ma anche delle donne, del nemico, di un territorio, o di un popolo si afferma lungo tutto il Neolitico permeando ogni organizzazione sociale e avendo come base fondante un’idea archetipica di sopraffazione. La società patriarcale dell’era dei metalli che ne deriva è l’esaltazione di un universo maschile in tutte le sue declinazioni che mutua dalla caccia idee di dominio e dalla domesticazione un piano sociale. La rigida assunzione di ruoli e lo sfruttamento sistematico, che ne sono alla base, relegano le donne a ruoli sempre più subalterni cancellando, in pochi secoli, conoscenze millenarie sul legame originario dell’idea astratta con la natura.

Pensare di fermare tutto questo con i protocolli di Kyoto non fa neanche ridere come battuta e non è neanche ingenuo, bensì consapevolmente fuorviante. Altrettanto inutile è domandarsi se fosse stato possibile farlo in un qualsiasi momento lungo il corso della storia. È però imperativo progettarlo ora superando la sindrome di Cassandra e il dogma dell’ineluttabilità del destino del mondo cominciando a declinare in altre forme i concetti di benessere, comodità e tempo libero perché, fino a quando la tecnologia continuerà a monopolizzare l’evoluzione della nostra specie, né l’umanità né il pianeta saranno più al sicuro.

Un esempio su tutti è la questione del 5G e la sua presunta pericolosità, tanto cara ai social network negli ultimi mesi. Che il 5G sia incredibilmente più pericoloso del 4G, qualsiasi cosa questo significhi, è significativamente irrilevante; il punto è lo sfruttamento intensivo che si sta facendo delle onde elettromagnetiche nella quasi assoluta cecità sui loro effetti e l’esistenza o meno di fenomeni secondari, quali entropia o smaltimento di ‘residui’, e il loro eventuale funzionamento. Rudolf Steiner nel 1918 le aveva già messe in relazione con l’influenza spagnola secondo la sua teoria dell’iper-elettrificazione del pianeta ma, purtroppo, le varie teorie complottiste, che ne hanno sposato le tesi senza coglierne o coltivarne la natura epistemologica, hanno finito per snaturarle e renderle innocue, a tal punto che, nonostante l’attuale epidemia presenti analogie di sviluppo drammaticamente coincidenti sia con la ‘spagnola’ che con la sua teoria, nessuno sembra prenderla sul serio. Eppure basterebbe poco per fare una prova, limitare l’uso delle onde elettromagnetiche per qualche mese e vedere che succede. Cosa sarebbe, in fondo, rispetto al bloccare milioni di persone dentro a quattro mura per un numero sconosciuto di mesi, o anni? Quale sarebbe il male minore?
Dipende chi è a rispondere: l’umanità o il profitto. Per il profitto, l’epidemia è un dono del cielo, qualsiasi sia stata la sua genesi è una piattaforma privilegiata attraverso la quale sperimentare sul campo simulazioni di provvedimenti restrittivi e coercitivi rivolti all’intera popolazione mettendo a punto altri dispositivi, non ancora affermati pienamente, quali sanità e obblighi vaccinali, per esempio. Il profitto non ha anima, e se anche l’avesse sarebbe quella nera di un dottor No qualsiasi, ma anche fosse l’umanità a dover scegliere, quanto saremmo disposti a rinunciare della nostra dose di rete quotidiana, e in generale delle nostre comodità, in nome della ricerca di un punto di equilibrio fra natura e tecnica?

Nessuno al mondo può legittimamente pensare di fermare anche uno solo dei dispositivi che abbiamo creato se non mettendoli tutti in discussione e ricominciare da capo. E se non ora, quando? Ora che con tutta la potenza del tempo dilatato dalla quarantena possiamo dare forma al presente e a quello che ci aspetta, dobbiamo ascoltare Cassandra ed interrogarci sui modi di decostruzione del sistema tecnologico per riportare la natura al centro dell’esistente.

1- M. Greger, 2007: “Flu: A virus of own hatching”.
2- A. Bernabè, 1987: “Canti Ciprii”.

GANA