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Una riflessione sullo sciopero degli affitti

“Ma se l’Università è chiusa, perché non tornate a casa vostra?”
“Potete pagare il 50% adesso e il 50% il prossimo mese”
“Non è colpa nostra se non avete i soldi per pagare l’affitto e non avete messo da parte risparmi sufficienti per far fronte a queste situazioni”

Queste sono solo alcune delle risposte più originali che, in tempi di pandemia e annessa crisi economica globale, alcuni proprietari (piccoli o grandi che siano) hanno elaborato di fronte alle richieste di sospensione o riduzione del canone d’affitto, avanzate da affittuari/e in evidenti difficoltà. Si tratta di studenti/esse, lavoratrici e lavoratori precarix, famiglie e sfamiglie, o tutte e tre le cose insieme. Non mancano ovviamente posizioni più accomodanti da parte di proprietarx consci del fatto che la richiesta a oltranza di pagare per intero il canone d’affitto non può trovare terreno fertile adesso e non può che portare allo svuotamento degli appartamenti che, presumibilmente, in questo modo, rimarrebbero vuoti per lungo tempo.

La crisi economica si abbatte, a Bologna come in altre città, su un territorio già provato, in cui la crisi dell’abitare non è certo cosa nuova, grazie a politiche di gentrificazione selvaggia, volte alla rivalorizzazione in chiave capitalista di ogni centimetro di cemento. Una dinamica che non risparmia le periferie e che, anzi, su queste impatta con particolare ferocia, mirando all’espansione delle logiche di profitto in spazi considerati vuoti. E’ un movimento di conquista di nuovi terreni (metaforici, ché di terra ne è rimasta davvero poca qui) con la conseguente espulsione degli e delle indesideratx.

La risposta dall’alto a questa crisi, come spesso accade, ha puntato all’atomizzazione della società nel suo complesso, rimettendo la soluzione di problemi tutt’altro che individuali ai e alle singolx, in una guerra di tuttx contro tuttx, che diventa particolarmente spietata ai margini della società neoliberale. Se è vero, da un lato, che la pandemia non risparmia nessunx, perché il virus non discrimina per classi né per passaporto, è altrettanto vero che la gestione di questa crisi si abbatte invece in maniera differenziale a seconda delle condizioni di vita, salute e reddito di ognunx.

A partire da tali considerazioni, la campagna transnazionale Rent Strike (lanciata da un collettivo californiano e circolata poi in altre città degli Stati Uniti e in Canada, ma anche oltreoceano, rimbalzando tra Australia, Nuova Zelanda, Spagna, Germania, Turchia, Svezia), offre a livello globale una risposta collettiva al problema degli affitti. Sulla base delle stesse riflessioni, problematizzando l’ hashtag nostrano, ormai divenuto mantra, #iorestoacasa (dal quale discendono appelli più o meno spontanei al pensiero positivo, della serie: #iorestoacasa ed è per questo che #andràtuttobene), a livello locale abbiamo costruito la piattaforma Rent Strike Bologna. Obiettivo della piattaforma è rilanciare lo sciopero dagli affitti in tutte le sue forme (dall’astensione dal pagamento, fino alla contrattazione e all’autoriduzione del canone d’affitto), ponendo al contempo l’attenzione su una serie di contraddizioni che la gestione di questa pandemia ha fatto esplodere.

Che implicazioni ha il monito a restare a casa per chi una casa non ce l’ha? Quali sono le conseguenze di questa quarantena forzata in termini di violenza domestica per le donne e le soggettività LGBT*QAI+? Quali sono i costi aggiuntivi, determinati dall’emergenza e dalla sua (mala)gestione, che stanno pagando le e i detenutx? Di fronte a queste e molte altre contraddizioni, la risposta è stata il dispiegamento, accanto ad hashtag e bandierine, di un apparato repressivo del quale purtroppo non sentivamo la mancanza, che tenta di imporre il rispetto di ordinanze e decreti emergenziali a suon di criminalizzazione e persecuzione, il tutto condito con la solita solfa della responsabilità individuale.

Nulla di nuovo all’orizzonte: questa crisi ha riconfermato ciò che già sapevamo, ovvero che i costi più alti ricadono sempre sui margini dei margini, producendo l’estrema precarizzazione delle vite già precarie. A partire dal quadro sin qui descritto, Rent Strike Bologna, facendo tesoro delle esperienze di tanti collettivi e collettive, realtà e reti attive a livello locale che, da tempo, si occupano di emergenza abitativa, persone senza dimora, violenza domestica e realtà carceraria, si propone di rilanciare tutte quelle rivendicazioni, sostenendo le relative lotte, la cui urgenza è divenuta ora quanto mai evidente.

Consce del fatto che l’unica via d’uscita possibile è collettiva e consce dell’assenza di tutele legali:
-puntiamo alla “immunità di gregge” per fare fronte comune rispetto alle minacce di sgombero: se saremo in tantx a non pagare l’affitto, anche chi non può scegliere di scioperare ma si ritrova nell’impossibilità di pagare sarà protettx.
-rivendichiamo soluzioni abitative degne e sicure per tuttx e con qualunque mezzo, dalle occupazioni alle requisizioni di immobili vuoti e già abitabili.

Come sanno ormai anche i muri, “la normalità era il problema” ed è per questo che abbiamo l’ambizione di spingerci un po’ più in là, di batterci non per un ritorno al “com’era prima” ma per sovvertire quelle stesse logiche di cui era e sarà intrisa la normalità, se non agiamo. E’ per questo che per noi il Rent Strike è anche una lotta per la redistribuzione, in tutte le forme vertenziali, conflittuali e autorganizzate: dagli espropri, alla lotta per l’ampliamento dei fondi regionali di sostegno all’affitto, alla rivendicazione di un reddito di autodeterminazione, fino a iniziative di mutualismo dal basso, come la creazione di casse mutue e di resistenza.

Se non ci pagano, noi non paghiamo.
Reddito incondizionato per tuttx, amnistia per tuttx, case degne e sicure per tuttx.

Se anche tu hai difficoltà a pagare l’affitto, compila il questionario che stiamo diffondendo per mappare e fare rete https://rentstrikeroma2251.survey.fm/sciopero-degli-affitti-rent-strike
E contattaci attraverso i canali che trovi qui sotto:

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